Vai ai contenuti

Archivio

Tag: Centro Yoga Zenith Genova

La dott.ssa Simona Cappello, insegnante del Centro Studi Yoga Zenith di Genova, esegue il Saluto al Sole.

Il Saluto al Sole è composto da una successione di dodici movimenti da ripetere più volte senza interruzioni. Mette in movimento tutta la muscolatura per riscaldarla. E’ un esercizio completo, in quanto può essere praticato al di fuori della quotidiana sequenza di Yoga. Per tradizione gli yogi lo eseguono all’alba. Prepara alle asana e le completa, tonifica la muscolatura, accelera e amplia la respirazione e il ritmo cardiaco, senza stancare l’organismo o provocare l’affanno.

Suryanamaskar può essere praticato da tutti, soli o in gruppo, in ogni stagione, perchè può essere eseguito sia in una stanza che all’aria aperta;
Suryanamaskar richiede solo pochi minuti di una giornata (da due a sei minuti);
Suryanamaskar non limita la sua azione ad una sola parte del corpo, agisce su tutto l’organismo;
Suryanamaskar non costa nulla, non esige un equipaggiamento oneroso: è sufficiente uno spazio di due metri quadrati;
Suryanamaskar tonifica il sistema digerente, stirando e comprimendo l’addome, massaggia i visceri (fegato, stomaco, milza, intestino, fegato, reni), attiva la digestione, elimina le cause della costipazione, evita la dispepsia;
Suryanamaskar rinforza i muscoli addominali che mantengono gli organi al loro posto. le congestioni venose negli organi addominali sono eliminate;
Suryanamaskar sincromìnizza il movimento e la respirazione, ventila profondamente i polmoni, ossigena e disintossica il sangue con la massiccia espulsione di CO2 e di altri gas nocivi attraverso le vie respiratorie;
Suryanamaskar aumenta l’attività cardiaca e la circolazione del sangue in tutto l’organismo, combatte l’ipertensione, le palpitazioni e riscalda le estremità degli arti;
Suryanamaskar tonifica il sistema nervoso grazie agli allungamenti e alle successive flessioni della colonna vertebrale, regola le funzioni del sistema del Gran Simpatico e del parasimpatico, favorisce il sonno, la memoria migliora;
Suryanamaskar allontana le preoccupazioni e rende sereni gli ansiosi. Le cellule nervose recuperano più lentamente delle altre, ma la pratica assidua e regolare di Suryanamaskar ristabilisce a poco a poco il funzionamento normale di tutto l’organismo.

simo1Ho deciso di trattare questo argomento perchè in qualche modo mi ha riguardato da vicino. Parecchi anni fa, in concomitanza con il mio approccio allo Yoga, sono ricorsa alla pratica del Training Autogeno parte per curiosità ma soprattutto per cercare di curare e di eliminare alcuni disturbi sicuramente di carattere psicosomatico che da tempo mi affliggevano. Già da anni praticavo lo Yoga ma in quel determinato periodo la sua pratica non serviva ad aiutarmi. La mancanza di concentrazione soprattutto mi impediva di ottenere risultati soddisfacenti. Avevo bisogno di un maestro che mi seguisse e mi aiutasse, tra virgolette, da vicino, ed ho sperimentato così il T.A. A distanza di anni penso che lo stesso risultato avrei potuto ottenerlo con la vicinanza di un maestro Yoga; ma il caso o la ricerca di un’altra “via” mi hanno portato altrove. E’ stata in ogni caso un’esperienza positiva: non solo ho curato i disturbi fisici di cui parlerò più avanti, ma mi ha fatto crescere interiormente. In che modo? Facendomi capire qualcosa di me stessa, del mio Io più profondo e di come sia complessa e sconosciuta la psiche umana. Sia lo Yoga a livello iniziale che il T.A. educano la mente ad essere spontanea e creativa. Lo Yoga, per esempio, educa la mente a far emergere certe attività inconsce, favorendo così la creatività e la spontaneità, allo stesso tempo tende a conservare la salute biologica del corpo e della mente. Il T.A. è una tecnica creata dalla cultura occidentale per ottenere più o meno gli stessi risultati dello Yoga. E’ ormai noto da parte di tutti che la mente umana funziona molto al di sotto delle sue reali possibilità. I risultati concreti si potrebbero ottenere sfruttando i meccanismi mentali in modo più razionale, ci dice la scienza, avrebbero dell’incredibile…..leggi tutto

simoloto2

Pranayama
di Mimma Campiti, allieva del Centro Yoga Zenith di Genova

La parola prana ha, come il termine yoga, un ampio significato. Prana significa fiato, respirazione, vita, vitalità, vento energia o forza. Indica anche l’anima in opposizione al corpo. La parola è usata generalmente al plurale per indicare i respiri vitali. Ayama significa lunghezza, espansione, stiramento o controllo. Pranayama perciò significa estensione del respiro e suo controllo. Il soffio vitale prana e l’anima, l’Atman o spirito, vengono dalla stessa radice sanscrita AN che significa respirare, muoversi, vivere; significa soffio cosmico primordiale principio e sostegno di tutte le funzioni vitali.
In un antico testo, Prashna Upanishad, troviamo che il prana viene dall’Atman e l’Atman è Brahman, il principio generativo e conoscitivo, in cui confluiscono tutte le facoltà umane e divine. E’ vayu, il vento, a trasportare il prana, che viene assimilato dall’uomo attraverso la pelle e il respiro. Prana è il principio vitale che governa tutto l’universo. Pranayama è appunto l’imparare a dirigere questo principio vitale, nel corpo e nella mente, attraverso tecniche particolari di respirazione. Nelle sue fasi di inspirazione, trattenimento ed espirazione, il pranayama ripropone i ritmi cosmici: l’emanazione, la conservazione, la dissoluzione, per riportare all’unione del sé individuale con il cosmo. Solitamente la nostra respirazione avviene spontanea, più o meno profonda, ma senza una particolare coscienza dell’atto respiratorio. Attraverso la respirazione Yoga, il pranayama, diventiamo coscienti del respiro, consapevoli di questo continuo scambio con l’universo che ci circonda e delle conseguenti vere e proprie modificazioni della nostra coscienza, fino alla sua totale espansione.
L’inspirazione, Puraka, è associata alla felicità, alla luce, alla pienezza, alla vita, al prendere dall’esterno e ricaricarci di energia. Ogni volta che inspiriamo dovremmo prendere coscienza della morte come uno degli aspetti della vita, ma soprattutto del vuoto come vera pienezza. Pranayama è quindi la sicenza del respiro, ed è il punto centrale attorno al quale gira la ruota della vita. Perciò lo yogi segue il giusto ritmo della respirazione lenta e profonda, che rafforza il sistema respiratorio, calma il sistema nervoso e riduce la bramosia. Man mano che i desideri e le brame diminuiscono, la mente si libera e diventa un mezzo adatto alla concentrazione. Liberare la mente di tutte le sue illusioni è la vera Rechaka (espirazione); realizzare che “Io sono Atma (lo spirito)” è la vera Puraka (inspirazione); mantenere stabilmente la mente su questa convinzione è la vera Kumbhaka (ritenzione). Questo è il vero pranayama, dice Sankaracharya. Ogni creatura umana mormora inconsapevolmente col respiro la preghera “Soham” (sah= lui, Aham= Io-lui, lo spirito immortale, io sono) durante ogni inspirazione, così come durante ogni espirazione mormora “Hamsah” (Io sono lui). Questo ajapa-mantra (preghiera ripetitiva e inconscia) continua in ogni essere vivente per tutta la vita. E’ stato detto da Kariba Ekken, mistico del XVII secolo: “Se desiderate uno spirito tranquillo, per prima cosa regolate il vostro respiro, poiché quando questo è sotto controllo, il cuore sarà in pace: un respiro affannoso provoca agitazione. Perciò prima di iniziare qualsiasi attività regolate il respiro per addolcire il vostro umore e calmare il vostro spirito”. La chitta (mente, ragione e l’Io) è come un carro aggiogato ad un tiro di cavalli potenti. Uno di essi è prana (respiro), l’altro è vasana (desiderio). Il carro si muove nella direzione del cavallo più potente; se il respiro prevale, si ha il controllo dei desideri, si tengono a freno i sensi e si dona calma alla mente. Se prevale il desiderio, si ha invece respiro disordinato e mente agitata e turbata. Durante la pratica del pranayama gli occhi vengono tenuti chiusi per prevenire il divagare della mente. Quando prana e manas (mente) raggiungono la completa fusione, nasce una gioia ineffabile. Dato che il vero scopo dello yoga è controllare e calmare la mente, lo yogi apprenderà in primo luogo la tecnica del pranayama per dominare il respiro. Ciò gli permetterà di controllare i sensi e di raggiungere così lo stadio di pratyahara (distacco); soltanto allora la mente sarà pronta per la concentrazione (dhyana). Se si impedisce alla mente di vagare liberandola dalla indolenza e dalle distrazioni, si giunge ad uno stato di vuoto della mente (amanaska), che è lo stato supremo di samadhi. Ecco cos’è lo yoga: la fusione del respiro, della mente, e dei sensi e l’abbandono di tutte le condizioni poste dall’esistenza e dal pensiero.
La d.ssa Simona Cappello descrive due posizioni base dell’hatha yoga. Danno forza ed energia, irrobustiscono busto, bacino, gambe e sono propedeutiche a tante altre posizioni.
Trikonasana (Posizione del Triangolo)
simotrikonasana
In questa posizione andiamo a disegnare con il corpo due triangoli che sono uniti attraverso i vertici nel nostro plesso solare (la zona che dall’ombelico arriva al diaframma). I due triangoli sovrapposti rappresentano nella tradizione induista l’equilibrio tra l’energia maschile e quella femminile. Questa posizione è dedicata a Siva, il protettore degli Yogin, il Trasformatore, e alla sua Sakti (la sua parte femminile). Sono molte le varianti di questo asana. Le diversità delle posizioni comportano anche differenze negli elementi e di conseguenza nei cakra attivati (le principali ghiandole endocrine stimolate). Questa eseguita è la postura più classica. Questa posizione aumenta le dimensioni del torace, per favorire un respiro migliore, tonifica e rinforza i muscoli delle gambe e della schiena elasticizza le caviglie e le anche , corregge la cifosi dorsale. E’ adatto alle persone fragili di corpo e mente proprio perchè è una posizione che più si mantiene più fa salire forza ed energia. Si esegue da ambo i lati e i tempi di mantenimento partono da pochi respiri a qualche minuto per lato. Più mantengo, più sento i benefici della posizione.
Virabhadrasana (Posizione dell’Eroe)
simovirabhadrasana
Ancora una posizione che dà forza e potere, stabilità, equilibrio.
Virabhadra potente eroe, manifestazione di Siva. La leggenda racconta che egli nacque da un capello che il dio si strappò in un impeto d’ira e gettò nel Gange per dare vita a un essere di natura solo maschile. E’ quindi l’espressione della parte virile e dell’ira di Siva, irritato per non avere avuto la considerazione da altre divinità. Questa posizione rafforza le gambe e le braccia, i muscoli dell’addome e del torace, massaggia gli organi interni (stomaco, intestino, fegato milza), facilita la digestione, dona forza ed equilibrio. Si esegue prima su un lato e poi sull’altro.

kirlian2L’incontro, che si terrà sabato 14 novembre 2009 dalle 10.00 alle 12.00 presso il Centro Yoga Zenith in Corso Torino 38/2 Genova,  consiste in sedute dimostrative di dieci-quindici minuti, allo scopo di riequilibrare il campo energetico ed eliminare eventuali “blocchi”, spesso causa di disturbi sia fisici che psichici.
E’ necessaria la prenotazione presso il Centro (010531182 – simonazenithyoga@libero.it)
…Noi siamo vivi e stiamo bene quando il prana “fluisce” in modo equilibrato. Se c’è una qualsiasi interferenza, un qualsiasi blocco, ecco che si determina la malattia. La guarigione, comunque ottenuta, non è altro che il ripristino dell’armonico rifluire dell’energia vitale. Questa energia può essere gestita. E’ quello che fa il pranoterapeuta. Egli, in sostanza, non fa altro che rimuovere con il suo tocco, il suo massaggio o il suo passaggio, tutta quella serie di blocchi che, per un motivo o per l’altro impediscono lo scorrere naturale del prana, il suo calmo pulsare secondo i ritmi della natura in tutta armonia. Il male, qualsiasi ne sia la causa, non importa se determinata da fattori esterni od interni, è sempre causato da qualcosa che scompiglia l’ordinato lavorio degli organi cellulari, un’interferenza o un blocco per cui gli stimoli non arrivano nel modo giusto, così causando disordine ed il proliferare della malattia. Noi siamo strutturati per poter stare “sempre” bene. Abbiamo tali e tante di quelle autodifese capaci di far fronte a qualsiasi evenienza che, se queste non funzionano è perché non sono state “stimolate” a dovere. La cura pranica non fa altro che ovviare a questi inconvenienti, tramite degli input diretti agli organi mal funzionanti, onde ripristinare la loro corretta e piena funzione. Al contrario della medicina tradizionale, per la terapia pranica non esiste la malattia come base di studio, ma il malato. Non ci si sofferma, e tanto meno si cura il solo sintomo. Si va ben oltre, nel più profondo, onde pervenire alla causa. Se c’è un raffreddore, una febbre, una lombagia, un’ulcera, una ferita purulenta o qualsiasi altra cosa, è perché le nostre naturali autodifese non hanno funzionato nel modo dovuto. Se abbiamo mal di testa, con un cachet possiamo lenirlo, ma non certo prevenirne un altro. Se abbiamo dolori provocati da artrite possiamo ricorrere agli analgesici, ma non certo impedire al dolore di rifarsi vivo. La cura pranica, al contrario si basa sulla stimolazione delle naturali autodifese, opportunamente potenziate con l’immissione di bioenergia. Semplicemente riequilibrando il naturale ed armonico flusso energetico in ogni parte del corpo, essa avvia i vari processi di disintossicazione, allevia il dolore acuto e cronico, rigenera i tessuti pervenendo così alla guarigione secondo natura. E la sua forza agisce su tutti i livelli, siano essi fisici che psichici, poiché non fa altro che ripristinare il generale equilibrio energetico dell’organismo, agendo sulle forze di guarigione che sono in ognuno di noi…(tratto da un articolo di Carcan dal sito Solaris)

centro yoga zenith genovaRiprenderanno ad ottobre le dimostrazioni gratuite di Pranoterapia presso il Centro Yoga Zenith di Genova. L’incontro consiste in sedute dimostrative di dieci-quindici minuti cadauna, allo scopo di riequilibrare il campo energetico ed eliminare eventuali “blocchi”, spesso causa di disturbi sia fisici che psichici. E’ necessaria la prenotazione (010531182 – simonazenithyoga@libero.it)

Articolo di Carcan tratto da Solaris:

Il prana è l’energia vitale che tiene unito il nostro corpo
Noi siamo fatti di energia – condensata a livelli diversi e pulsante a ritmi diversi – ma sempre e solamente energia in continuo movimento, che circola attraverso cellule, tessuti, muscoli ed organi, fluida ed armoniosa. Un dolore, una disfunzione, una malattia altro non sono che un blocco, un ristagno o una deficienza nel suo armonico fluire. E’ tempo di vacanze. In condizioni prive di situazioni che creano affaticamento, tensioni o stress l’energia scorre armonicamente in modo naturale, mentre è più difficile che questo avvenga ricominciando il solito tran tran della vita quotidiana. Noi sappiamo tutto questo, tanto che ogni anno, i fortunati che possono concedersi il meritato riposo, ritornano dalle vacanze con il buon proponimento di iscriversi ad una palestra, frequentare un’ associazione culturale o leggere più libri di un dato argomento, per concedersi spazi vitali anche durante gli impegni quotidiani. Spesso però i ritmi frenetici che il sociale ci impone, ci fanno accantonare noi stessi e lo stress riprende il sopravvento, ponendo le basi per successivi disturbi di vario genere. Non lasciamo che questo accada. Impegnamoci di più ad avere un buon rapporto con noi stessi, non lasciamo che il livello di guardia delle nostre difese sia superato dalla nevrosi di “non farcela a fare tutto”. Impariamo a “respirare il prana”, ci sono molti libri, scuole di Yoga e di Pranoterapia che possono insegnarci a farlo, – mentre stiamo ancora bene – non quando già nuovamente siamo stanchi e perdiamo il controllo della situazione salute. Impariamo a gestire l’energia, a farci terapia da soli per prevenire, più che per curare. Coccoliamo il nostro preziosissimo ed insostituibile organismo umano, perche’ sia sempre in perfetta forma.

banner_centro_yoga_zenith_genova

LE DEFINIZIONI E LO SPIRITO DELLO YOGA
di Mimma Campiti, allieva del Centro Yoga Zenith di Genova

Partendo dalle definizioni dello Yoga classico che troviamo negli Yoga Sutra di Patanjali cita 4 parole che racchiudono l’essenza di cosa sia lo Yoga. Yogas – citta – vritti – nirodhah.
La parola yoga non sempre viene tradotta, si dice anche che sia un termine intraducibile.
Nelle lingue occidentali è spesso resa con la parola unione che, dal punto di vista della prospettiva in cui lo yoga classico si situa, che è quella del Samkhya, appare piuttosto riduttiva e anche erronea, in un certo senso. Dal punto etimologico del termine, dalla radice Yuj, da cui il latino Yugum, yoga significa disciplina, ma può anche configurarsi come unione. La sua matrice originaria, però, ci porta al significato di aggiogamento, disciplina. Lo yoga è essenzialmente una disciplina di corpo e mente, volto al mirodhah, termine di grande importanza anche nel lessico buddhista, che traduce cessazione, arresto. E’ quindi una disciplina del corpo – mente, volta all’arresto di citta vritti. Vritti significa letteralmente vortice, gorgo. Le vritti sono tutto quello che concerne il mondo interiore, l’ambito delle emozioni, del pensiero e l’ambito coscienziale del conscio e dell’inconscio. In sostanza sono tutte le fluttuazioni dell’universo mentale inteso come vortice, flusso costante dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e sentimenti. Citta è un termine che, nello yoga classico, incorpora tre termini in uno, cioè l’intelletto, che tecnicamente è la buddhi, il senso dell’io. Questa definizione di yoga propone, quindi, una integrazione attraverso l’aggiogare, il disciplinare mente e corpo, il fine ultimo dello yoga è quello volto all’arresto di tutte le fluttuazioni di intelletto, egoità, mente per ottenere la liberazione, l’integrazione definitiva che è il raggiungimento dell’isolamento finale, il Kaivalya, l’uscito definitiva dal divenire doloroso delle rinascite e delle ri-morti. Questa definizione viene poi accompagnata da tutta una serie di istruzioni su come sia possibile arrivare a un esito tanto straordinario, perché in sostanza si tratta di bloccare il flusso di citta. Tutto ciò che segue questo Sutra è l’illustrazione di come questa integrazione sia di fatto possibile, coniugando tutta una serie di discipline pratiche legate al corpo, ma soprattutto alla mente. A questo proposito c’è una seconda definizione, tratta dal commento più celebre agli Yoga Sutra, che è quello attribuito a Vyasa dove viene data una definizione fulminante di che cosa sia lo yoga. Vyasa usa un termine solo: “Yoga Samadhi”. Che cosa significa samadhi? Spesso, come la parola Yoga, è un termine che non viene tradotto. Ma se volessimo dare una traduzione letterale, potremmo dire che samadhi significa raccoglimento. Ed è solo attraverso i diversi gradi della pratica del samadhi, che è possibile raggiungere l’arresto delle fluttuazioni della mente, il fine ultimo dello yoga. Vi sono anche altre definizioni dello yoga contenute in quel testo celeberrimo dall’importanza trasversale a tutte le tradizioni filosofiche e religiose dell’India che è la Bhagavad Gita. Due in particolare: la prima è nel secondo capitolo verso 48 “Lo yoga è equanimità“, che significa che bisogna essere totalmente e perfettamente inseriti nella vita attiva, del mondo sia a livello del proprio lavoro sia a livello familiare ma, al tempo stesso, secondo la dottrina del Karma Yoga, senza attaccamento egoico relativamente ai frutti dell’azione, essendo cioè liberi dall’esito. Questo ideale consiste in un essere pienamente in quello che si fa, un agire con passione e al meglio delle proprie capacità, con un’attenzione a trecentosettanta gradi che deve essere esercitata sempre. E’ un essere consapevoli del “qui e ora”, come i maestri non si stancano di ripetere, ma senza attaccamento rispetto ai frutti che inevitabilmente ne derivano. E questo è il contrario dell’indifferenza ed è la grande sfida del Karma yoga della Gita. Il tema dell’attenzione è il fondamento dell’amore. Non posso amare se non sono attento, consapevole, non solo rispetto al mio universo interiore, ai miei pensieri, ma anche alle necessità di chi incontro. Il tema dell’attenzione riguarda non soltanto la mia pratica ma, in senso più lato, è un’attenzione che va esercitata nei confronti di tutte le situazioni della vita e soprattutto delle persone che incontro.
Un’altra definizione di yoga nella Gita si trova nel sesto capitolo al verso 23: “Lo yoga è lo scioglimento dell’unione con la sofferenza”. Qui c’è un gioco di parole dove sofferenza traduce la parola duhkha e scioglimento è viyoga. Lo yoga è volto ad affrancarci dal disagio esistenziale, dal dolore, dalla pena. Duhkha è un termine di enorme importanza in tutte le tradizioni dell’India, soprattutto nel buddismo, dove la prima nobile verità è: “tutto è sofferenza”. Anche negli Yoga Sutra si dice che per colui che discrimina tutto è duhkha. Alla lettera questo termine, che in genere è reso con dolore, in sanscrito significa avere un cattivo asse di ruota. Se pensiamo che la metafora è la ruota, ovvero nell’India antica il carro, l’idea è che tutti noi alla nascita, in generale, siamo equipaggiati con un carro piuttosto buono, dal punto di vista psicofisico ma, inevitabilmente, con il passare degli anni, questo carro, questo organismo, conosce un declino. L’asse comincia a dare dei problemi e, a un certo punto, si spezza, così come la nostra vita si disfa in una sequenza di malattia, vecchiaia e morte. La metafora del carro veicola, così, la nozione di un dolore non generico, ma la condizione esistenziale nella quale siamo tutti intrappolati. E’ un vero e proprio disagio, non c’è scampo. Lo yoga è una liberazione da questo male che è l’esistenza fenomenica, in quanto presentato come “lo scioglimento dell’unione con la sofferenza”. E questo è il grande richiamo dello yoga, ottimista dal punto di vista metafisico, perché sostiene che ci sia una via di uscita da tutto questo coagulo di sofferenza e di male, per arrivare all’isolamento finale, il Kaivalya.

Il massaggio è l’arte più antica creata dall’uomo e, già alcuni millenni prima di Cristo, alcune grandi civiltà avevano elaborato forme di massaggio curativo. In quale modo l’idea del massaggio sia nata nella mente dell’uomo è intuitivo, basti pensare al riflesso incondizionato di frizionarsi una parte dolente allo scopo di apportare sollievo. La mano dell’uomo è terapeutica: è capace di portare vita nuova nei tessuti, di sostituire il dolore con il piacere, di ristabilire un equilibrio turbato. Il massaggio tocca contemporaneamente sia il livello fisico che quello emozionale e psicologico. Al termine di una seduta di massaggio, tutte le componenti di una persona tendono all’equilibrio: il corpo è rinvigorito e tonificato, la mente è calma, la persona è più in contatto con le proprie emozioni. Quando il fisico è in ordine anche la psiche lo è e viceversa. Il corpo parla da sé. Il modo di tenere le spalle, l’irrigidimento del collo, la contrazione della mascella possono rivelare molto del carattere di una persona; d’altronde, le tensioni quotidiane a cui si è sottoposti si somatizzano nei tessuti profondi riducendone la risposta vitale. Il massaggio ha lo scopo di alleggerire le difese dell’Io profondo, di sciogliere le tensioni e consentire il fluire delle emozioni e dell’energia vitale. Per fare un buon massaggio, è necessario avere una conoscenza adeguata di alcune nozioni di anatomia relative alla zona da massaggiare. Conoscendo la struttura del nostro corpo, è più facile capire la natura del problema o del dolore e agire di conseguenza. Esaminiamo, con brevi nozioni anatomiche, una delle zone in cui, in modo particolare, le tensioni psico-fisiche provocano maggiori problemi e cioè la zona COLLO-TESTA-VISO. La struttura ossea del collo è costituita dalla regione cervicale della colonna vertebrale, formata da sette vertebre che hanno il compito di consentire la rotazione della testa. La prima vertebra cervicale, detta atlante, unendosi all’osso occipitale del cranio, permette alla testa di muoversi avanti e indietro. L’atlante si articola anche alla seconda vertebra cervicale consentendo la rotazione e l’inclinazione della testa. Queste due articolazioni permettono l’ampia mobilità della testa, principale recettore di stimoli del nostro corpo…leggi tutto

gabrytaichiNato come arte marziale, rivisitato come forma di meditazione, il Tai Chi contrasta dolore cronico

Una prima segnalazione era già giunta l’anno scorso: l’antica pratica cinese del Tai Chi può aiutare chi soffre di artrite reumatoide. Lo studio però era piccolo, riguardava solo una ventina di malati: non abbastanza per confermare che l’attività, a metà tra la ginnastica dolce e la meditazione, potesse essere davvero efficace….leggi tutto

kirlianUn viaggio attraverso i chakra
Armonizzazione e riequilibrio del campo energetico

L’incontro, che si terrà il giorno giovedì 21 maggio 2009 dalle 16.15 alle 18.15 consiste in sedute dimostrative di dieci-quindici minuti cadauna, allo scopo di riequilibrare il campo energetico ed eliminare eventuali “blocchi”, spesso causa di disturbi sia fisici che psichici.

E’ necessaria la prenotazione presso il Centro, tel. 010 531182

Per saperne di più sulla pranoterapia